Lamento di Portnoy

Lamento di Portnoy

Philip Roth

Maria Antonietta Fenu

Lamento di Portnoy, di Philip Roth,

 ovvero, 

quod turget urget

                                                                                        “Come il popolo ebraico, l’adolescente vive uno                         

                                                                                           spossessamento della propria identità ed è costretto                                   

                                                                                           a un esodo verso una terra promessa ideale, libero                                                                                                 

                                                                                          dalla dipendenza infantile, ma privo della protezione 

                                                                                     che tale dipendenza gli dava.” ( G. Pellizzari)

           

Stili e culture

“ Che radar quella donna! Che energia in lei! Che perfezionismo!”…

Di chi sta parlando Alex, il tormentato protagonista di “ Lamento di Portnoy”, scritto da Philip Roth e pubblicato per la prima volta poco più di quaranta anni fa? 

Il titolo, tradotto in italiano, avrebbe in realtà potuto utilizzare i termini più letterali di “ lagnanza”, “ protesta” o meglio ancora di “sfogo”, forse meno idonei alle esigenze editoriali di allora, ma di sicuro più correttamente evocativi dello specifico registro linguistico utilizzato nel testo. Il libro, infatti, è articolato come travolgente e concitato monologo che Alex rigurgita senza soluzione di continuità nella stanza del suo terapeuta, una volta che, divenuto adulto, è inesorabilmente approdato sul lettino dello psicoanalista. Uno sfogo incontrollabile il suo, che lo vede ben distanziato dalla antica condizione dell’ infans – senza capacità di parolae nel quale, essendo oramai infelicemente uomo oltre che arrivato alla più impotente disperazione si accanisce a rievocare ogni dettaglio della prima fanciullezza e poi della esasperata  adolescenza, nell’estremo tentativo di sentirsi per una volta compreso. Stagioni della vita, quelle narrate, che Alex ha vissuto in qualità di figlio non solo nato in territorio americano, ma anche come appartenente a una famiglia ebraica  e pure allevato in ambiente rigorosamente borghese.

 “Mi controllava le addizioni  in cerca di errori; i calzini alla ricerca di buchi; le unghie, il collo, ogni piega o grinza del mio corpo alla ricerca di sporcizia. Mi draga persino i più remoti recessi delle orecchie versandomi acqua ossigenata nella testa. Il liquido frizza e scoppietta come una siringata di gazzosa, portando in superficie, a pezzetti, i depositi nascosti di cerume giallastro, il quale, a quanto pare, mette in pericolo l’udito dell’individuo…”.

Sono le immagini e le sensazioni legate alla memoria della madre che Alex rabbiosamente espelle dipingendo così, con tratti che rendono omaggio alla più esemplare tipologia ossessiva, la sua onnipresente e infaticabile funzione genitoriale. Una madre tesa costantemente alla pulizia, all’ordine, alla ricerca del difetto, alla enunciazione delle norme, al controllo su tutto e tutti, ma in primo luogo, una madre concentrata sul corpo e sulla mente del suo unico figlio maschio che dalla nascita ha votato alla più assoluta perfezione comportamentale e, di conseguenza secondo lei, a grandi e illustri destini. 

Il clima di casa Portnoy, nonostante l’analogo massiccio  investimento narcisistico sul figlio designato è alquanto diverso da quello respirato dal piccolo Jaromil, il protagonista del “ La vita è altrove” di Milan Kundera, l’autore che ha sostanzialmente prodotto, con questo romanzo successivo al più noto “ L’insostenibile leggerezza dell’essere”, un vero trattato in chiave letteraria sulle origini e sulle conseguenze del narcisismo patologico.   

Jaromil, prima ancora di nascere, era vagheggiato nella reverie materna, come un grande scrittore, come un futuro dispensatore di prodotti di alto valore artistico e che avrebbe dovuto librarsi su livelli di superba eccellenza creativa. Tutto ciò per soddisfare l’esigenza materna di risplendere, di edificare una immagine di sé sino a registri di adamantina bellezza intellettuale e  a dimostrazione, per luce riflessa ovviamente, di cosa lei stessa rappresentasse nel mondo e quindi di cosa fosse mai stata in grado di produrre. 

In casa Portnoy, secondo la narrazione di Alex, non circola in alcun modo un così incontaminato e libero spazio di esibizionismo narcisistico. Il tema centrale, nella encomiabile e irreprensibile famiglia borghese dove cresce, è quello del dovere, della fatica, delle ricompense guadagnate passo dopo passo col duro lavoro, col più costante sacrificio e con il più esemplare espletamento dei compiti. Il tratti dominanti della casa, in sintesi, sono quelli del SuperIo  e quello della più pura Analità.  

Alex non riceve mai elogi lusinghieri, generosi incentivi all’autostima o stimoli esaltanti come invece accade  a Jaromil, il quale, proprio in quanto allevato all’insegna del narcisismo grandioso, una volta che è lasciato solo dalla madre nella sala d’aspetto del suo dentista scopre  dolorosamente di dover porre un freno all’eccessivo esibizionismo verbale, quando una paziente adulta, li presente e in preda alla stizza, dice all’infermiera: “ Ma si può far tacere quel bambino, per piacere?!”. 

Lui invece, Alex, ha appreso sin dalla nascita un profondo senso del limite affinandosi precocemente in questa arte di ossequio alle norme, o meglio all’immagine sociale,  grazie all’incubo dello sguardo critico puntato permanentemente su di sé; il suo segreto narcisismo non può mai osare più di tanto o liberarsi impunemente, ma resta nascosto e conflittuale. Lui ha contratto un debito morale, dovuto da sempre, nei confronti di una madre che svolge le sue funzioni accuditive con il massimo dello zelo e che quindi, proprio per questo dettaglio, si colloca in una dimensione assolutamente perfetta. Inoltre, sin dalla prima infanzia, grazie ai rimproveri, alle punizioni e ai vaticini di sventura, – la madre, convinta che sia il miglior metodo educativo, lo minaccia col coltello quando da  piccolo non vuole mangiare -, sviluppa un metafisico e granitico senso di colpa che risulta bene inculcato nella sua coscienza. 

Figlio di una madre di tipo ipervigile, il giovane Alex rappresenta in breve uno di quei personaggi che, come gli analizzandi descritti dalla Mc Dougall ( 1990): “ agiscono come se fossero sottoposti a una legge materna inesorabile, che mette costantemente in questione il loro diritto all’esistenza e all’indipendenza…costoro si vivono come se fossero una estensione narcisistica della madre, si sentono obbligati a completare il suo senso di identità e a provvedere ai suoi bisogni.”. 

Figli molto amati forse e in qualche modo anche troppo curati ma che non hanno diritto a concepire desideri propri, pena la disapprovazione e il disconoscimento secondo la vecchia regola del: “ O con me o contro di me”.

Pulsione, compulsione e Figomania

Nel romanzo di Roth, in un inarrestabile fiume di parole e con tagliente ironia yiddish – per il lettore suona come irresistibile umorismo – Alex Portnoy ricostruisce accoratamente il contesto, la nascita e lo sviluppo di un disturbo che oramai lo ha portato allo stravolgimento morale nonostante l’eccellente prestigio sociale meritevolmente raggiunto nel campo lavorativo. Ora è “Commissario Aggiunto” per le risorse umane della città, in virtù della sua intelligenza, dell’immagine fortemente etica e anche dell’impegno infaticabile, che era forzosamente presente sin dagli anni della scuola: “ Non lo sanno tutti che io sono diventato l’uomo più virtuoso di New York, tutto nobili cause e ideali umanitari? Non sa che mi guadagno da vivere essendo buono?”.

Eppure, nonostante le migliori intenzioni,  nella sua vita c’era e c’è, sempre più manifestamente, qualcosa che assolutamente non va. 

Di famiglia ebraica “ stretta”, come si diceva,  cresciuto in un ambiente dove ciascuno dei genitori non poteva che porsi agli occhi del mondo  se non come perfettamente rispettabile e irreprensibile, Alex, corredato del suo incontaminato passato di figlio maschio prediletto, educato  in una famiglia più che unita e da sempre primo della classe, nonostante tutti questi invidiabili privilegi si trova angosciosamente “ ..travolto da desideri che ripugnano alla mia coscienza e da una coscienza che ripugna ai miei desideri. “, e sviluppa, con l’emergere della pubertà, un problema non solo molto intimo ma anche inconfessabile e inconciliabile con i dettami originari, problema che in termini tecnici rientra nella compulsione sessuale, e che  l’interessato indica in chiave più diretta col suggestivo termine di “ Figomania”

Accade, nel linguaggio, comune che le parole Istinto e Pulsione siano utilizzati come equivalenti. Nei suoi scritti Freud ( 1905) usa scrupolosamente il termine tedesco Trieb, pulsione appunto, –  centrato sull’idea di spinta così come accade in quello italiano derivato dal latino pulsare, battere -, per evidenziare una importante differenza. L’Istinto, Istinct, è qualcosa di innato che riguarda la intera specie, umana e non,  in termini abbastanza generali, come ad esempio l’istinto di sopravvivenza o quello della riproduzione,  mentre la pulsione risulta un concetto limite tra lo psichismo e il somatico in quanto percepita nel corpo e nella mente del singolo soggetto come stato di eccitazione che  spinge in direzione di qualcosa. Tale carica energetica si organizza quindi individuando un oggetto di desiderio e una meta possibilmente idonea al fine di raggiungere il soddisfacimento; in conseguenza del conquistato obiettivo pulsionale nasce l’esperienza di un confortante stato di benessere, vale a dire l’Appagamento. Ottenuto lo scopo, la tensione energetica si scarica sino a scomparire salvo a risorgere quando il bisogno e poi il desiderio si fanno nuovamente avanti. 

Non sempre le cose sono così lineari. Se all’interno di un soggetto si è creato un ingorgo tra rigidità del Superio e aree pulsionali, se il rapporto con i desideri è conflittuale e l’emotività  instabile, gli equilibri interni si perdono e le funzioni mediatrici dell’Io non sono più utili a una gestione equilibrata dell’economia interna .

La compulsione, come vedremo con Alex, è una forza cieca che non si pacifica con il raggiungimento dello scopo prefissato e non approda mai alla benefica esperienza dell’acquietamento, anche se il soggetto ne ha fatto in passato esperienza anche parziale, conservandone una traccia mnestica, o se in qualche modo la sta cercando ancora dentro di sé. La spinta interna preme qui in una direzione che non corrisponde al bisogno profondo del soggetto; un bisogno che rimane sostanzialmente nascosto, incompreso dall’interessato stesso, che non ha mai imparato a conoscersi. Così, quando il soggetto persegue un obiettivo illusorio, collocato sul registro dell’Immaginario ( Lacan 1964), non gli è mai possibile arrivare a un valido sollievo e all’ appagamento anelato, ma solo a una aleatoria scarica temporanea. 

Nella insoddisfazione permanente che deriva da tale fraintendimento interiore, il desiderio si riproduce infinite volte e si articola in forma di ossessione senza poter essere più governato dalla volontà e dalla coscienza. 

Per citare situazioni abbastanza chiare basti pensare alla cleptomania, in seguito alla quale alcuni individui sono indotti a rubare oggetti che non sono loro affatto necessari e senza che alla base vi siano neppure condizioni di indigenza; a certe forme patologiche come la ritualizzazione ossessiva della pulizia, in cui si è obbligati a lustrare e lavare sempre anche dove non c’è sporcizia, pena una angoscia inaffrontabile, o la bulimia in seguito alla quale alcune persone si ingozzano di cibo a qualsiasi ora del giorno e della notte senza neppure aver fame. Ancora più banalmente possiamo considerare la compulsione agli acquisti, per cui alcuni individui – i cosiddetti serial shopping – non possono fare a meno, esattamente come i giocatori col gioco d’azzardo e i tossicomani con la droga, di comprare. Qualsiasi cosa solleciti l’immaginario del soggetto. 

Il pubertario: quando … quod urget turget

 

Per tornare al nostro Alex, dopo una fanciullezza da bambino modello arriva anche per lui il momento dello sviluppo puberale. In quella età, come noto,  il corpo sperimenta un nuovo genere di spinta in seguito allo sviluppo ormonale. L’adolescens si trova a fronteggiare pulsioni sconosciute rispetto a quelle semplici nella fase precedente come ad esempio la fame, ed è indotto a sondare, per vie sperimentali e immature, il funzionamento corporeo che ha assunto caratteristiche sessuate. E’ di solito per caso che saprà concretamente, muovendosi per tentativi ed errori, di un potenziale godimento, quello orgasmico ( Roussillon, 1997),  sino ad allora non conosciuto e neppure prefigurato. 

Per quanto correttamente sia stata curata una buona educazione sessuale, eventualmente con pittoresche metafore sul modo in cui nascono i bambini, è raro che i genitori delle famiglie anche più avvedute trovino un modo naturale, semplice,  di addentrarsi in particolari sostanziali come l’esperienza orgasmica, di cui forse sono un po’ vergognosi di fronte ai figli. Eppure nella sessualità, di sicuro, tale ingrediente, c’entra. Così, quando un ragazzo o una ragazza entra in fase puberale e affronta l’inizio dell’adolescenza, non sa in sostanza nulla di certo del funzionamento più intimo e intenso del suo corpo. Finisce prima o poi per doverlo scoprire da solo. 

E quanto accade ad Alex nel momento del cambiamento pubertario che, come sottolinea P. Gutton ( 2008),  non è esattamente una metamorfosi come scrisse Freud nel 1905, ma una fase di totale innovazione e invenzione, da intendersi come un vero e proprio  “Inizio”. 

La genitalità pubertaria avvia la sua rivoluzione contro la sessualità infantile e la relativa onnipotenza delle fantasie, creando un doppio movimento: il corpo supera i limiti precedenti e acquisisce competenze superiori con la capacità di dare la vita e di dare la morte mentre il pensiero, ampliandosi, deve gradualmente approdare a livelli più complessi con un funzionamento di tipo preadulto;  cioè confrontarsi con questioni come la differenza tra le generazioni, la ineluttabilità della morte, il divieto all’incesto e l’esame di realtà. ( Ladame, Catipovic, 2000)

Alex, allertato in famiglia contro i mille pericoli che minacciano il corpo e la salute, scopre la masturbazione e i poteri entusiasmanti del proprio genitale maschile che finalmente gli consente di misurarsi con stati di inesplorata  eccitazione. A partire questo punto, accecato dalle pulsioni, si lascia prendere da un vortice di sfide sempre più peccaminose nei confronti delle anguste tradizioni familiari.  

Lui che aveva vissuto il più rigido divieto di  contaminarsi con semplici piatti non kasher, e con tutto quanto si discosta dalla cultura ebraica, scopre  la trasgressione in tutta la sua varietà e tempestosità in una esperienza che dentro di lui cozza e contemporaneamente si intreccia  con la dominante anale dello stile della casa.   

Quell’onesto e timorato uomo che e’ il padre, assicuratore convinto ma  modestamente valorizzato nell’ambiente di lavoro, passa la vita a combattere lamentosamente la sua cronica stitichezza con prugne, crusca e sedute interminabili nel bagno, uno spazio da lui istituzionalmente monopolizzato. Così, non a caso, le compulsive masturbazioni di Alex si scatenano principalmente nei bagni e in quel bagno prediletto dal padre, non solo in momenti segreti, ma provocatoriamente  anche durante in pasti amorevolmente e perfettamente preparati dalla madre, utilizzando per le sue improbabili fughe dalla tavola la giustificazione incontrobattibile di incontenibili diarree. 

Il padre, esasperato, protesta di fronte a tale occupazione abusiva che lo spodesta irriguardosamente del suo regno, – il figlio, per chiudersi in bagno, millanta un problema che è esattamente l’opposto del suo -,  mentre la madre si affanna dietro la porta, che ingiunge di aprire, e insiste a interrogarlo su eventuali perniciose assunzioni di cibi proibiti – hamburger, maionese, crostini di fegato, tonno, krapfen, insomma tutte le note “sozzerie” non ebraiche – che assolutamente secondo lei… uccidono. La sua richiesta perentoria è di esaminare personalmente le feci del figlio, procedura indispensabile a mettere in risalto la sua dominante competenza genitoriale e a dare una valutazione risolutiva del problema, una volta per tutte. 

Non passa neppure lontanamente, nella mente di questi sprovveduti genitori, il pensiero, ovvio, che il corpo del figlio sia in fase trasformazione e di rinnovamento adolescenziale, e che la loro presenza potrebbe avere una sensibilità nuova in tal senso. Non sono pronti al nuovo, ma si muovono sul piano della negazione di esso.

La dinamica circolare, madre-padre-figlio adolescente di fronte alla porta del bagno – quando il puberale reclama l’identificazione di ordine genitale-libidico con il genitore del proprio sesso per una rivisitazione dell’Edipo in cui il padre dovrebbe rappresentare la funzione normativa  sulla gestione del desiderio, invece di porsi come l’elemento secondarizzato della madre, la quale invece impone una sua priorità invasiva sul corpo del figlio -, è dunque orchestrata da Alex il cui inconscio “ interroga” (Gutton, 2008) l’esperienza infantile, senza sapersene discostare evolutivamente ma secondo un gioco che cela ed espone contemporaneamente segnali del cambiamento. Un fattore psicofisico rispetto al quale lui non è sostenuto né indotto ad avere alcuna fiducia da parte delle due figure genitoriali, come sarebbe invece necessario  in ambito familiare ( Gutton, 2008) per un più solido percorso pubertario. 

L’unica certezza che ha conquistato, ora, è il suo pene. E’ l’unica cosa al mondo che può considerare, senza ombra di dubbio, sua.  

Sessualità e analità, eccitazione e colpa nel suo specifico percorso  si alternano sino a scatenare in Alex Portnoy improbabili ma assai familiari presagi di morte, che corrisponderebbero alla inevitabile punizione divina. Una macchietta scura, “diagnosticata successivamente come efelide”, compare in una ansa del suo genitale dando il via alla certezza biblica di un tumore. A quel punto, perso per perso, condannato nella fantasia a morire, Alex si scatena in ulteriori, estreme,  ma incredibilmente esaltanti esercitazioni masturbatorie: nel reggiseno della sorella, nei calzini lavati dalla mamma, ovunque, sino alla prima premonizione di stampo parzialmente oggettuale che si profila con lo stupro di una bistecca di fegato appositamente comprata dal macellaio.

 La fantasia masturbatoria di Alex, cresciuto in una casa lustra come uno specchio, è una vagina vogliosa e insaziabile che lo reclama come potente e irresistibile “ maschione”, non solo dispensatore di piaceri irripetibili ma anche capace di estatici godimenti erotici.  E’ esattamente l’opposto di quanto rappresenta il padre in famiglia, con la sua inguaribile stitichezza: “ …se solo mio padre fosse stato mia madre e mia madre mio padre! Chi dovrebbe, di regola, avanzare contro di me retrocede; chi dovrebbe retrocedere, avanza!” 

Alex, a causa di questo gioco di ruoli, prima ancora di riattraversare la fase edipica in età adolescenziale, per usare parole della Mc Dougall ( 1990), si trova nella situazione di: “. figlio che sembra credere che il sesso e la presenza del padre abbia avuto un ruolo insignificante nella vita della madre…così il sesso e la presenza del padre sembrano non avere avuto un ruolo strutturante nell’organizzazione psichica del bambino…quando non esiste una fantasia  del pene paterno che svolga un ruolo libidico e narcisistico complementare nella vita della madre, la rappresentazione mentale del suo stesso sesso diviene quella di un vuoto illimitato …[ sino a ] proiettare su questo vuoto tutte le espressioni della sua megalomania infantile senza incontrare alcun ostacolo”( Mc Dougall 1990, pp. 117)

Solo nella sua emergente sessualità, campo negato e precluso alla impostazione asettizzante della funzione materna, Alex, adolescente, realizza di fatto una scoperta del tutto nuova di sé che lo induce a misurarsi in chiave immatura con l’onnipotenza e la grandiosità così precocemente e tenacemente compresse in epoca infantile. 

 La Désaffectation e la libertà

Incapace di gestire l’eccitazione e il desiderio Alex , un tempo bambino inibito a cui ogni impulso individuale era vietato, si smarrisce insomma in eccessi che nulla hanno a che vedere con la genitalità e con la relazione oggettuale di stampo adulto. 

Impossibilitato a conoscere globalmente il proprio corpo, così come di riconoscersi nei più veri sentimenti privati e negli affetti, costretto dalla costellazione originaria e quindi inadeguato soprattutto nel fronteggiare il rischio della dipendenza dall’Altro, Alex esaurita la fase della masturbazione prende quella della “Figomania”, suo modo deliberatamente sconcio ma efficace di definire i piaceri della sessualità,  e per altri versi utile anche a svelarne la patologia di area psicofisica desaffectée.

Il termine francese Désaffectation definisce un concetto caro alla Mc Dougall (1990), che lo utilizza per le psicosomatosi e per un certo tipo di sessualità compulsiva, e nasce da un contesto  non scientifico in quanto legato a quelle situazioni concrete in cui c’è stato un cambio di destinazione rispetto a quella originaria, come ad esempio accade a una chiesa che è stata sconsacrata. Il cambio di destinazione può, analogamente a una struttura architettonica,  verificarsi all’interno di particolari aree del mondo interiore di un individuo e del suo funzionamento psichico. 

Il concetto riguarda un meccanismo patologico che utilizza la diffusione per cui i soggetti “ ..si sforzano continuamente di disperdere immediatamente, sotto forma di azione, l’impatto di certe esperienze emotive. Ciò vale tanto per gli affetti generatori di piacere che di sofferenza…L’angoscia rende ingegnosi. Lancia segnali di allarme, ( le rappresentazioni dolorose sono o immediatamente espulse o scaricate nella azione) e certi individui corrono il rischio di non accorgersi di essere psichicamente minacciati.….[ si tratta ] non di una incapacità di contenere o esprimere emozioni ma di contenere un eccesso di esperienza affettiva e quindi di una incapacità a riflettere su tale esperienza “ ( Mc Dougall, 1990, pp. 100-102)

Riflettere? Non è un punto di forza, per Alex. Il suo problema centrale è l’impossibilità di affrontare una esperienza relazionale completa perché soggettivamente insostenibile; cosi avviene in lui, incapace di pensare su di sé, di dare un senso al proprio sentire, in una parola del tutto precario nel processo di soggettivazione, lo snaturamento e il cambio di destinazione della pulsione sessuale, che in ultima analisi è legata alla riproduzione. Questo a partire dallo sviluppo puberale, secondo un processo di désaffectation che ha esteso alla sua intera vita sentimentale. 

I legami del giovane Portnoy si orientano su donne fatue, disinvolte, poco impegnative, di livello culturale nettamente inferiore al suo e tutte, Mary-Jane, Kate, Sarah, ecc.,  di certo femmine molto eccitanti ma rigorosamente “shikses”: di origine non ebraica. Non sentendo una vera appartenenza rispetto al paese natale, gli Stati Uniti, ma neppure nei confronti della lontana terra originaria, Israele,  trovandosi psicologicamente in una terra di nessuno abitata prevalentemente dalla colpa, nella scoperta della sessualità sperimenta l’unico modo apparentemente non monitorato dalla madre di appropriarsi di quel mondo vietato che ha vissuto sempre in posizione di diverso.  Si comporta, in sintesi: “ come se scopando volesse scoprire, conquistare l’America.” Cioè: “ possedere” la sua madre-patria, dove è stato indotto a sentirsi inadeguato e straniero. 

Vive il suo prestigio sociale come una truffa, – un falso Sé -, e si muove clandestinamente in una chiave che è quella della foga e della violazione. Tutto ciò degrada e rende degradati. Alex non viene a capo del suo bisogno di esistere come soggetto e di sentire una solida appartenenza.  Non c’è in questo suo movimento inelaborato lo spazio di vivere i sentimenti, i legami e le relazioni affettive in chiave feconda e calorosa, di sentirsi a casa. Non sa cosa è l’amore. Credendo di superarla si muove sul piano della dipendenza, come se il sesso equivalesse a una droga, e rimane nella sua infelicità stuporosa di cui non ha però coscienza. 

Sino a un certo punto della sua vita, insomma,  il suo problema resta sostanzialmente sul piano egosintonico.

“ Restituiamo l’ID ( inconscio) all’YID ( ebreo)”, sarà la battuta che segna la sua nuova consapevolezza, sopraggiunta solo  quando, traumaticamente, prende un contatto frontale con la sofferenza.  

Illudendosi di svincolarsi dalla famiglia e di disidentificarsene, era partito per un lungo viaggio nonostante gli ostacoli opposti dalla madre. Approdato, dopo un lungo giro,  alla Terra promessa, avverte con trepidazione delle sensazioni per lui sconosciute: “ Lascio la stanza per andare a fare un tuffo in mare con i gioiosi ebrei. Sguazzo in una mare pieno di ebrei. Ebrei che scherzano e fanno capriole. Guardare le loro membra ebree che cha si agitano nell’acqua ebrea. Guardare bambini ebrei ridere, comportarsi come se fossero i padroni del luogo…e lo sono! Su e giù per la spiaggia, a perdita d’occhio, ebrei. Sotto di me la sabbia è calda: sabbia ebrea….Alex nel paese delle meraviglie!”.   

Emozioni, sorpresa, leggerezza dell’essere, qualcosa dentro di lui  si muove e slatentizza una sorta di magica nostalgia. Forse Israele lo risarcisce della perdita irreversibile dell’”involucro” che un tempo lo aveva “contenuto” e che un giorno era stato tagliato via per sempre dalla pancia della  madre? Forse ha trovato-ritrovato, nella terra degli avi, la innocente, primaria e perduta dimensione della felicità? Forse, in quella terra vissuta sempre come lontana, finalmente ha incontrato la condizione profonda della libertà?

“Libertà”, scrive Pellizzari (2007)”…si esprime nell’attraversamento del vuoto, conseguenza dell’uccisione simbolica dei genitori che genera la solitudine del giovane adulto, orfano di fronte all’incertezza delle scelte che deve compiere. Il vuoto, se non viene riempito compulsivamente  di agiti solo apparentemente trasgressivi ma in realtà regressivi, non è mai assoluto ma sempre, per così dire ombreggiato dall’oggetto edipico rimosso, divenuto inconscio, che svolge una funzione non interamente deterministica, ma anche orientativa   e favorisce i processi di identificazione e disidentificazione con nuovi oggetti di investimento…” 

Alex non ha compiuto tale percorso simbolico, non ha vissuto in termini risolutivi l’elaborazione dell’Edipo, non ha potuto veramente esistere. Ci sono vuoti dentro di lui – quello infantile dell’elemento terzo maschile-fallico-libidico, e quello adolescenziale del confronto con lo stato di solitudine-disidentificazione – che nelle varie tappe della sua vita non hanno potuto ricevere la giusta risposta.  I vuoti che ha incontrato sono stati coperti da falsi contenuti e da strategie illusorie. In breve, la funzione regolatrice e normativa del Fallo (Lacan, 1966), simbolo della castrazione paterna e del superamento dell’Edipo, non ha preso il posto di un SuperIo arcaico ( legato alla intrusività materna) che continua a entrare in conflitto con la esuberanza delle pulsioni. Di qui, le prevedibili conseguenze.

Proprio lì, in Israele, oramai uomo maturo ma ancora interiormente irrisolto per l’incompiutezza della propria adolescenza, incontra una donna bella, di pelle abbronzata, con occhi verdi, colta, tenente dell’esercito, animata da una ideologia profonda e, naturalmente, ebrea come la madre di lui: di quella donna, crede, potrebbe per una volta essere innamorato! Ma  proprio li invece, proprio allora, il suo illusorio punto di forza, il mitico pene, con la sua velleità di onnipotenza, impietosamente lo tradisce

“ Dottore, forse gli altri pazienti sognano le cose….a me succedono. Dottore, non riuscivo a farmelo rizzare nello stato di Israele! Che ne dice di questo simbolismo, bubi? Chi sarebbe capace di far meglio? Non mantenere una erezione nella terra promessa! Proprio questo mi serviva, quando lo volevo, quando c’era qualcosa di più desiderabile della mia mano da penetrare !”.

Lo psicoanalista non ha detto e non dirà nulla tutto il tempo dello sfogo. E’ in ascolto, con una disposizione empatica. Comprende. Tutte cose, queste, assai  poco familiari per i Portnoy!   

Al culmine dell’inarrestabile soliloquio, che in un crescendo di emotività lo vede stravolto dalla impotenza e dalla disperazione, Alex non ha più parole per liberare l’angoscia ed esplode in un estremo, incontenibile grido… La sua è una  impossibilità di dia-logare con l’Altro in nome della priorità- necessità di ex-pellere, secondo lo stile insuperato che ha vissuto in famiglia. 

Il buon analista non entra nel gioco degli agiti e non interpreta ( Aulagnier 1994). Semplicemente restituisce: “Allora, forse adesso potremmo cominciare. No?”. 

La relazione analitica, come la pubertà, è talvolta un Inizio.

 

Riassunto

L’autrice, seguendo le memorie dell’infanzia e dell’adolescenza di Alex Portnoy, nato negli Stati Uniti da una famiglia ebraica, collega ai tratti ossessivi della madre e al suo narcisismo ipervigile, lo sviluppo, nel figlio, di una sessualità compulsiva. L’impossibilità di elaborare correttamente le varie tappe dell’ Edipo, prima dell’adolescenza  e durante, la conseguente impossibilità di stabilire una relazione di tipo genitale, crea con le diverse tappe evolutive dei vuoti gravi nel funzionamento interiore di Alex, che egli, ragazzino immaturo, crede illusoriamente di risolvere attraverso la scarica pulsionale e gli agiti compulsivi. Liberare la tensione per l’incapacità di contenerla e gestirla non coincide con l’esperienza dell’appagamento, ma induce a una ripetizione ossessiva, fuorviante e deludente. Tale malinteso nasce da una lacunosità del processo di soggettivazione e dello spazio psichico, inadeguato a individuare e raggiungere un profondo soddisfacimento dei bisogni, sino al doloroso traguardo della consapevolezza.  Anche dall’analista, sebbene desideroso di venire a capo dei suoi problemi, Alex ripeterà, agendolo, il suo vuoto, attraverso una modalità compulsiva dell’uso della parola. Alex, stretto tra un SuperIo arcaico e la tirannia delle pulsioni è incapace sia di riflessione sia di elaborazione: espelle. Sarà compito dell’analisi ripartire dall’Inizio. 

Parole chiave

Narcisismo grandioso, narcisismo ipervigile. Pulsione, compulsione, espulsione. Dèsaffectation, diffusione. Fallo, castrazione, funzione normativa. Vuoto. Inizio.

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