Tonya

Tonya

I, Tonya

I, Tonya, film di Craig Gillespie già applaudito alla festa 2017 del Cinema di Roma, propone una ricostruzione ragionata dei fatti e delinea la storia della protagonista, interpretata da Margot Craig, che nel film si racconta in prima persona con humour, con disincantato realismo e anche in una interessante chiave psicologica. Il film e’ dunque un biopic e si ispira alla folle vicenda che nel 1994 vide coinvolta la pattinatrice Tonya Harding, sin dall’inizio della sua carriera atleta controversa e discussa, che quell’anno fatale risulto’ vincitrice, per la seconda ed ultima volta, dei Nazionali di pattinaggio su ghiaccio degli Stati Uniti d’America.

Tonya era stata la prima americana – e la seconda donna al mondo - a eseguire, in esibizioni agonistiche come i campionati nazionali e mondiali, il salto noto agli appassionati del pattinaggio artistico come: triplo axel. In seguito alla frantumazione dolosa del ginocchio della sua principale rivale, Nancy Kerrigam, pero’, dopo essere stata proclamata vincitrice ai nazionali del ’94, Tonya fu accusata di essere il mandante sostanziale dell’aggressione e così fu bandita con ignominia dalle piste di ghiaccio dove aveva raggiunto, non senza il dolore e la fatica di una vita sportiva iniziata a soli quattro anni, una sofferta e ondivaga eccellenza.
L’aggressione alla Kerrigam fu indubbiamente una vicenda scandalosa e scioccante per tutto il mondo dello sport ma in particolare per l’ opinione pubblica statunitense. Infatti il primo sogno americano, ripetuto sino alla esasperazione come sappiamo dalla quarantennale saga di Roky di Silvester Stallone, e’ di vedere premiato e vincente chi, pur nato dal nulla e senza privilegi, impegna tutto se stesso con determinazione e incoercibile volontà morale verso un obiettivo, lecito, di vittoria. Bene: proprio quella rassicurante certezza di democrazia, fiore all’occhiello del perbenismo collettivo che vuole primeggiante negli Stati Uniti chiunque lo meriti, anche se solo, subì con la Harding un insulto intollerabile.
La storia di Tonya, a fronte di un ottimismo di pura facciata, dimostra tragicamente che chi nasce svantaggiato, non tanto sul piano del ceto s’intende ma nel profondo dell’anima, tale resta il piu’ delle volte, al di là delle migliori intenzioni da parte dell’interessato. Se lo stigma inconscio e sedimentato di perdente da parte del soggetto e’ acquisito nel cuore del malcapitato sin dalle prime fasi della vita, tale rimarrà all’interno del mondo affettivo della persona che e’ stata emozionalmente svantaggiata, sin dai suoi primi tentativi di costruzione di una immagine bella di se. Questo genere di persona non può’ dare il meglio e proteggere il talento dalla propria contradditorietà, in primo luogo ; non può modificare la propria posizione nel mondo ed essere felice. E’ spinto da qualcosa che risiede dentro lui stesso a ricadere in basso.
In nome di una pena esemplare, dunque, la esuberante Tonya Harding fu rispedita dai giudici alle sua naturale, strutturale, destinazione di perdente e interdetta in qualsivoglia tentativo di riscatto personale, per il resto della vita. L’esatto contrario di quello che di confortante ci ha sempre raccontato la bella favola di Roky.
Ma partiamo dai punti nodali. Nel pattinaggio l'axel è l'unico salto in cui si parte in avanti sul filo esterno del piede sinistro. Tale caratteristica lo rende piu’ pericoloso di altri e la possibilità di cadere e’ molto elevata, cosicche’ l’atleta sa bene quale rischio ci sia nel caso di errore e ha tendenzialmente paura prima di lanciarsi in tale difficoltà particolare. Il salto semplice - il nome deriva dal norvegese Axel Paulsen, che lo eseguì per la prima volta nel 1882 - è divenuto col tempo anche doppio e poi triplo axel, arrivando a un'esecuzione di tre giri e mezzo. Carol Heiss è stata la prima donna a eseguire il doppio axel nel ‘53, mentre il triplo e’ stato eseguito con successo per la prima volta ai campionati mondiali maschili del ‘78 da Vern Taylor: tra le donne la prima è stata Midori Itō, ai Mondiali del 1989. Dopo di lei ci riuscì trionfalmente Tonya Harding, due anni dopo, ai Nazionali, nel 1991.

Di certo non si arriva a una performance atletica del genere senza essersi impegnati. La Harding aveva una corporatura che la agevolava nella potenza ma il salto richiede concentrazione, coordinamento, determinazione e precisione tali che si conquistano solo con l’esercizio assiduo. Tonya invece era disciplinata solo per alcuni periodi del suo percorso ma poi entrava in crisi, tradiva i suoi progetti e se stessa, si metteva in posizione di rischio, rimetteva tutto in discussione anche con legami distruttivi: si danneggiava quindi senza averne consapevolezza e doveva ripartire da capo. Era il suo problema profondo, legato alla sua storia personale difficile e penosa che le faceva confondere la violenza con l’affetto. La persecuzione della sorte avversa da cui si sentiva braccata avrebbe potuto in realtà essere risolta solo sul lettino dello psicoanalista, non con un matrimonio sado-maso che portava al degrado lei e il suo talento; ma nessun tipo di dimensione autoriflessiva era certo nelle corde e tantomeno nelle possibilità economiche della disastrata famiglia Harding. Da sola Tonya non poteva cambiare la storia che aveva dentro.
Dei genitori, il padre, esasperato dal matrimonio impossibile se ne andò di casa per non comparire più. La piccola Tonya dunque, visse questo abbandono come rifiuto, e necessariamente, da figlia unica, rimase l’ oggetto ferito e il solo destinatario delle bizzarre cure materne.
La madre di Tonya era a sua volta una donna amareggiata e avida di rivalsa. Lavorava da cameriera e con i suoi guadagni cercava di introdurre nel mondo bello e splendente del pattinaggio artistico la sua precoce, piccola bambina, senza possedere gli adeguati mezzi economici, psicologici e tantomeno culturali. Nel film la parte e’ interpretata da Allison Janney, che ha infuso al personaggio della madre un magnifico taglio surreale nel versante dell’outsider trasgressiva e provocatoria: l’attrice gioca con disinvoltura la durezza disincantata nei confronti della figlia, miscelandola con una bella dose di imprevedibile e esilarante cinismo. Per questo capolavoro di anti-madre la Janney ha vinto l’oscar di attrice non protagonista nel 2018, forse perche’, oltre la geniale capacità interpretativa, qualcosa di personale e profondo deve averla ispirata, sul tema del fallimento. La Janney infatti era partita da adolescente alla conquista del successo non come attrice, quale oggi e’, ma come pattinatrice, sino a quando un incidente improbabile le causo’ danni gravi, ponendo fine al suo percorso atletico. Questo dettaglio di vita, la competenza sofferta dell’impatto impietoso col limite, ha contribuito forse a rendere imperdibile l’ interpretazione di genitore che proietta le personali delusioni e infierisce, a fin di bene, sulla sua stessa figlia. Una madre, quella di Tonya, che per forgiare una atleta dura, determinata, aggressiva e competitiva, raggiunge il risultato certo di destinarla al fallimento. “ Non riuscirai mai “ era infatti la provocazione sprezzante che secondo la madre reale avrebbe portato Tonya, sferzata dalla sofferenza, a essere imbattibile. Ma il pattinaggio artistico, come tutto, richiede anche grazia, eleganza, raffinatezza, sensibilità, letizia: sono qualità che si affinano crescendo e che non si improvvisano. Oltre a ciò l’animo umano non funziona al meglio nella disperazione, nella solitudine e nell’abbrutimento permanente della stima di se. L’essere umano ha bisogno di un nutrimento altro, come la possibilità interna e gioiosa di saper credere.
Un punto chiave da considerare sul funzionamento della mente e della psicologia umana riguarda infatti i due principali motori che la sostengono nell’ affrontare le sfide con il mondo e con se stessi. Il primo motore e’ certamente l’amore, come molti credono di sapere talvolta a parole, mentre il secondo motore e’ la rabbia. Si possono ottenere risultati attraverso entrambe le vie, secondo le circostanze, ma restano delle differenze sostanziali il cui centro risiede nella diversità di carburante tra l’impegnarsi per - perche’ si ama una idea, un progetto, una persona, se stessi - , o il farlo contro - qualcosa e qualcuno - , spinti dalla rivalsa, dalla vendetta, dal dolore. La fortuna di muoversi naturalmente per amore, - questa non e’ una virtu’ ma un dono - , non contempla ostacolo che non possa essere vinto. La seconda via, la frustrazione, il riscatto, la distruttività, mimetizza la vulnerabilità strutturale del soggetto nell’ amare se stesso e nel proteggere la personale felicità, come spontaneo obiettivo primo da perseguire nella vita.
Si muove per amore facilmente chi ha imparato ad amare, se in qualche modo e in qualche tempo e’ stato a sua volta amato, e amato bene, con tenerezza e rispetto. Chi non ha avuto questa partenza, e’ in svantaggio, e pur raggiungendo delle compensazioni talvolta, difficilmente sapra’ come gestire sanamente se stesso.
E’ un problema di svantaggio di base, quanto occorso a Tonya: tradita dal padre, tartassata dalla madre e conseguentemente dai partner che sceglieva uguali ad essa, non sapeva da dove cominciare per difendersi dalla violazione e dal sopruso, che erano parti integranti del suo esistere quotidiano. Tonya e’ stata una creatura ignara: desiderosa di vivere, del buono e del bene, non per sua colpa, ha avuto e dato poco davvero. Questo e’ cio’ che, tra ironia e avvincente spettacolo, ci lascia in bocca un intelligente Gillespie, col suo bellissimo film.